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Le donne e la Grande Guerra

Si intitola “Le donne e la grande guerra (1914-1918)” la mostra storico-filatelica che si svolgerà da venerdì 4 novembre, con inaugurazione alle ore 11, a domenica 13 novembre, nella Salannunziata (via F.lli Bandiera 17/a). A organizzarla è il Circolo Filatelico numismatico “G. Piani” di Imola in collaborazione col Gruppo Alpini Imola Valsanterno “Cap. Stefanino Curti” e il patrocinio del Comune di Imola.

La mostra rappresenta l’ultimo tassello di un percorso espositivo che gli organizzatori hanno avviato, sempre nell’ambito delle iniziative patrocinate dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, per la commemorazione del centenario della Prima guerra mondiale, nel 2017 con la mostra dedicata al 1.o centenario della morte del Capitano Stefanino Curti - Grande Guerra (1914-1918), seguita da quella intitolata “Per grazia ricevuta” Grande Guerra (1914-1918), nel 2018 e dalla mostra “Prigionieri italiani nella Grande Guerra” (1914-1918).

Il tema dell’esposizione “Le donne e la grande guerra (1914-1918)” sarà illustrato su 24 grandi pannelli esplicativi prestati dal Centro Studi Musica e Grande Guerra e dal Museo Il nemico era come noi, ideati dall’Istituto per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea di Reggio Emilia. Altrettanti pannelli trattanti lo stesso tema saranno dedicati a personaggi femminili ed eventi coevi di Imola e territorio circostante. Questi materiali sono stati recuperati da Giovanni Vinci del Gruppo Alpini Imola e Valsanterno sia fra le proprie raccolte con anche lettere e cartoline illustrate, alcune degli anni del conflitto ed altre edite in occasione di speciali anniversari, sia in parte tratte da “Il Diario” dell’epoca.

La mostra rimarrà aperta tutti i giorni dalle ore 10 alle ore 12 e dalle ore 15 alle ore 18. Ingresso libero.

Annullo filatelico speciale - Proprio il giorno dell’inaugurazione, il Circolo Filatelico Numismatico “G. Piani” di Imola e il Gruppo Alpini Imola Valsanterno emetteranno in data 4 novembre 2022 nella Salannunziata di Imola due cartoline dedicate alle donne e la Grande Guerra. Saranno tutte affrancate con annullo filatelico speciale di Poste Italiane dalle ore 8,30 alle ore 12,30.

Conferenza in biblioteca - Martedì 8 novembre, nella Biblioteca Comunale di Imola, alle ore 20,30 si svolgerà la conferenza con video proiezioni sul tema: “Le donne e la grande guerra”. Relatrice sarà Mariuccia Cappelli, ricercatrice storica, che tratterà delle donne che in tempo di guerra garantirono lo stato sociale lavorando in tutti gli ambiti: famigliari, economici, agricoli, industriali. La conferenza è imperniata su schede scientifiche con illustrazioni che descrivono i ruoli in cui la donna è stata protagonista; avranno voce madri, spose e figlie, contadine, operaie, crocerossine, dottoresse, suore, interventiste, combattenti, portatrici, spie, protestatarie, madrine di guerra, corrispondenti, prostitute, violentate, scrittrici, poetesse, artiste, musiciste, profughe. Le donne dimostrarono l'avversità alla guerra con proteste e scioperi in varie parti d'Italia e le loro lotte costituirono un percorso verso l'emancipazione femminile. La lettura della guerra comprenderà anche il canto di tradizione orale dove la donna è protagonista. La relatrice ha curato la ricerca per le seguenti mostre: nel 2013 Prigionieri dimenticati, soldati italiani nei lager della Grande Guerra; nel 2014 Trincea. Soldati tra vita e morte nella grande guerra; nel 2015 Vie e luoghi della Grande Guerra. Luoghi e persone nella memoria; nel 2016 Le donne e la guerra; nel 2018 Novembre 1918: scoppia la Pace: la fine della Guerra e una difficile ricostruzione.

Scheda a cura di Giovanni Vinci, referente Gruppo Alpini Imola Valsanterno “Cap. Stefanino Curti”

La Grande Guerra: il contributo delle donne - Nel maggio del ’15 il nostro esercito entrò in guerra con all’incirca 1.500.000 uomini, poi aumentati a circa 5.000.000. Per ridare vigore ad un dissestato tessuto sociale si rese quindi necessaria una presenza femminile in ambito pubblico. Si provvide così a richiamare un poco alla volta le donne, che alla fine saranno oltre 210.000, per esser assunte come operaie nell’industria metalmeccanica e in quella bellica. Molte di loro si ammaleranno mortalmente per aver respirato le esalazioni della polvere pirica o di altri prodotti chimici. Una terribile esplosione avvenuta il 7 giugno 1918 nella fabbrica d’armi Sutter & Thévenot, nel milanese, causò la morte di 52 giovani operaie. Ci rimangono le foto di Luca Comerio e un resoconto di Ernest Hemingway che giovanissimo giunse sul luogo del disastro alla guida della sua ambulanza. Ma molti altri aspetti della condizione della donna restarono subordinati a quel conflitto. L’intera conduzione familiare rimase a carico delle donne, e per chi abitava in campagna divenne gravoso anche l’occuparsi delle coltivazioni affinché i terreni restassero produttivi, come anche accudire le stalle nonostante le continue requisizioni di bestiame destinato al mantenimento dei soldati al fronte.

Le proteste delle donne, da Imola al resto d’Italia - Più problematica la sopravvivenza delle donne rimaste in città dove più esteso era stato il precariato a dare lavoro ai braccianti. Qui si soffriva la penuria di pane, il sussidio governativo era insufficiente e insostenibile l’aumento dei prezzi. Il salario delle donne che lavoravano nelle fabbriche era inferiore del 30% a quello degli uomini. E fu così inevitabile che il malcontento generale sfociasse in proteste, causa anche l’aumento della farina da 32 a 45 cent. al kg. Prime a insorgere furono le donne di Imola e Sesto Imolese nel dicembre ’16, quindi nel ’17 le operaie tessili di Como e Vigevano, presto seguite da quelle di Torino, Milano, Novara. E successivamente sempre in Romagna ancora le imolesi, le risaiole di Conselice, le donne di Massa Lombarda e di Castel Bolognese. Meno coinvolte dalle ristrettezze alimentari, le donne della medio-borghesia condivisero con gli uomini il comune obiettivo della sconfitta del nemico. Molte cominciano ad organizzarsi in differenti Comitati e capendone la fondamentale importanza avviarono raccolte di fondi. Ecco quindi configurarsi il contributo femminile alla guerra essenzialmente come opera di assistenza pubblica e di protezione per le fasce più deboli della popolazione. Valga per tutte l’istituzione dell’Ufficio Notizie alle famiglie dei militari di terra e di mare che nasce a Bologna nel 1915, con lo scopo di mettere in contatto i soldati al fronte e le famiglie preoccupate della loro sorte. Alla fine della guerra si conteranno in tutta Italia oltre 8.400 Uffici animati da circa 25.000 volontari, in maggioranza donne. In totale verranno compilate dodici milioni di schede. A Imola ne fu instancabile animatrice Cleopatra Lorenzini (Rimini 1845-Imola 1929). Furono circa 7.320 le sorelle del Corpo delle Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana (la CRI era attiva dal 1864) che durante tutta la Grande Guerra, e sotto la guida di Elena D’Orleans, si trovarono a operare al fianco della Croce Rossa Italiana e della Sanità Militare, prestando soccorso a circa un milione i nostri soldati rimasti feriti durante quel conflitto. Vestivano di bianco, con una lunga gonna ed un velo, simili a suore, al fine di evitare innamoramenti con i feriti e “disordini morali”. 168 infermiere vennero decorate di Medaglie al Valor Militare. Furono circa un milione i nostri soldati rimasti feriti durante quel conflitto, tutti soccorsi negli ospedali da campo o nelle cliniche da portantini, personale infermieristico e medico della Croce Rossa. 44 le decedute in guerra, delle quali 34 per malattie contratte in servizio e una di loro (l’unica donna), è sepolta nel sacrario di Redipuglia. Si chiamava Margherita Kaiser Parodi Orlando, decorata con la Medaglia di Bronzo al V. M.

Il ruolo della Croce Rossa a Imola - Il Sottocomitato della Croce Rossa di Imola fu costituito ufficialmente il 30 ottobre 1888 e fino al 1915 i soci oscillavano fra le 30 e 50 unità. Scoppiata la Prima Guerra Mondiale, il Sottocomitato allestì propri ospedali nei locali del Brefotrofio femminile e nel Monastero delle Clarisse di Santo Stefano. Già il 26 aprile del 1915 la Sezione Femminile della CRI sotto l‘impulso della vice presidente Gianna Paolini Raineri si era mobilitata, organizzando una fitta rete di socie e donne (circa 300) che, nel corso della guerra, diede assistenza ai feriti e ai malati. Organizzò un primo nucleo di 11 Infermiere Volontarie nel dicembre 1915 e in seguito si distinse per il sollecito invio di pacchi contenenti generi di conforto a nostri prigionieri. Fra agosto e ottobre del 1917, su proposta della duchessa d’Aosta, ispettrice generale della Croce Rossa Italiana, vennero premiate con medaglia d’argento di benemerenza le crocerossine volontarie imolesi Lucia Nardozzi, Giulia Spadoni, Faustina Zappi e Ada Zambrini in servizio dall’inizio della guerra negli ospedali militari di Imola. A inizio conflitto su invito di Giulia Montanari, presidente del Comitato Donne Emiliano Romagnole, viene istituito nella nostra città un Comitato Femminile che provvederà assiduamente a raccogliere lana e vestiario per i nostri soldati al fronte, provvedendo anche a confezionare indumenti adeguati per sopportare le rigide temperature invernali. Altri Comitati saranno operativi a Dozza e Fontanelice. Ancora su invito di Giulia Montanari verrà istituita a fine conflitto una “Cucina Economica Città di Lugo di Romagna” che provvederà per quasi l’intero 1919 a fornire pasti caldi agli abitanti di Mori, piccolo centro del trentino totalmente devastato dalla guerra. Infaticabile l’attivismo delle “azdore”, delle suore e degli alpini coadiuvate anche dalle donne imolesi che forniranno abbondante vestiario.

Per quanto riguarda le portatrici carniche, esse furono attive in particolare nel Friuli dove, inquadrate militarmente, donne dai 16 ai 60 anni riempivano le capaci gerle con vestiario pulito, viveri, medicinali, attrezzi da scavo, legna, proiettili ecc. e raggiungevano i propri uomini in trincea 1000 metri sopra. Questo per sopperire a scarsità di personale. Al ritorno portavano vestiario sporco, feriti e a volte anche cadaveri. I cecchini con loro erano implacabili. Maria Plozner Mentil, una giovane madre, rimase uccisa ed è sepolta nel sacrario di Timau, decorata di MOVM. Tutte le portatrici vennero insignite del titolo di Cavaliere di Vittorio Veneto.

Presenza assidua e discreta quella delle Donne di chiesa, donne di speranza e ancelle della carità. A Imola le Ancelle del Sacro Cuore hanno speciali riguardi nell’assistenza delle figlie dei richiamati, mentre il monastero Santo Stefano delle Clarisse dal 1917 e per 18 mesi destina gran parte del monastero ad ospedale militare ad uso della Croce Rossa di Imola. Scarseggiando i generi alimentari, consente ai militari la coltivazione dell’orto concedendo l’uso degli attrezzi delle monache e dovendo alloggiare militari feriti e di servizio, nei locali vengono eseguite alcune modifiche murarie, anche per evitare qualsiasi contatto fisico fra i militari e le monache. A guerra finita tutti i locali verranno riattati nella forma originaria.

Il dramma degli stupri e l’istituzione dei ‘casini di guerra’ - Molti altri gli argomenti illustrati nella mostra, non ultimo quello dedicato agli stupri e ai cosiddetti ‘casini di guerra’. Sappiamo dalla storia che nel corso di una guerra il metodo più in uso per disonorare e umiliare il nemico è da sempre quello di violentare le loro donne, intendendo così infangare l’onore degli uomini, mentre in realtà saranno le donne a soffrirne maggiormente. Nel corso della Grande Guerra le maggiori violenze si verificarono in occasione della rotta di Caporetto anche da parte di nostri soldati, e continuarono durante l’anno di occupazione del Friuli e di parte del Veneto ad opera degli austro-tedeschi. Si ha memoria di oltre settecento denunce per violazione dell’onore femminile, ma gli stupri furono di certo infinitamente molti di più. Fu a causa della terribile miseria in quei territori invasi che si stimarono in circa 30.000 i morti a causa di stenti e per mancanza di cure. Ecco perché molte donne, anche ragazzine di 13/14 anni, sopportarono abusi in cambio di un pezzo di pane, di una scatoletta di carne o di un rimasuglio di rancio. Ma poi cominciarono a nascere i figli della guerra. Vennero accertati aborti e infanticidi, ma molte donne li rifiutarono. Restava l’incognita di come giustificare quei figli col marito che dopo oltre un anno di assenza tornava dal fronte o dalla prigionia. Come tollerarli se a volte erano odiati anche dalle madri? Una soluzione arrivò specialmente dalle suore che li accolsero, trovandoli il più delle volte lasciati in incognito su quelle famose ruote degli esposti collocate all’ingresso dei monasteri, come quella che fa ancora bella mostra all’ingresso del convento delle Clarisse a Imola. Andava poi subito cercata una balia che li allattasse e spesso i bambini non sopravvivevano a causa di malattie o denutrizione.

Era l’11 giugno 1915 quando il nostro Comando Supremo emanò la Circolare n. 268 “Vigilanza e disciplina del meretricio” con la quale si istituivano i cosiddetti casini di guerra. I comandi militari si giustificarono adducendo che i postriboli rappresentavano per i militari l’unico modo per combattere la prostituzione clandestina e per evitare l’estensione del contagio venereo. All’inizio le prostitute furono “reclutate” nei bordelli già esistenti prima della guerra, poi ci si rivolse anche a quelle donne del territorio in serie difficoltà economiche, disponibili a vendere il proprio corpo per un maggior profitto. Molto più sobri dei casini riservati agli ufficiali, quelli per la truppa usufruirono di controlli medici più superficiali e poiché si pretendevano prestazioni rigorosamente brevi al fine di poter accogliere il maggior numero di soldati (e un maggior incasso), questo comportò un elevato sfruttamento delle prostitute, costrette negli orari prefissati a ricevere molte decine di soldati. Ma anche a subire umiliazioni e contagi da militi stressati dalla dura vita di trincea. E se a fine guerra qualche prostituta ebbe modo di aver accantonato un gruzzoletto, buona parte se ne sarà poi andato in cure mediche.

La fine della guerra - Per le donne la fine della guerra fu insieme gioia e tragedia. Gioia ed enorme sollievo per il ritorno alla pace con la speranza che, dopo tanti lutti e sacrifici, si potesse vivere in una società più giusta e libera. Restava pur sempre il problema di dover regolamentare un nuovo matrimonio delle mogli dei militari dichiarati dispersi. Il ritorno a casa dei soldati smobilitati ebbe però proprio sulle donne tragiche conseguenze perché furono le prime a essere cacciate da fabbriche, uffici e servizi per il reinserimento degli uomini. Ma alla fine della guerra qualcosa era cambiato per sempre. Molte donne avevano capito che “donna è uguale a uomo”, avendo dimostrato di essere capaci di amministrare e garantire la vita della famiglia da sole, di guidare tanto i tram quanto una grande protesta popolare. Da questo momento, da questa presa di coscienza inizia, sia pure con lentezza e non senza reazioni, il processo di emancipazione delle donne italiane, le quali sopportando delusioni dopo tante promesse, otterranno il diritto di voto solo il 30 gennaio 1945.

Ultimo aggiornamento

07-11-2022 14:11