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Il Commissario Izzo ricorda il perchè del 25 aprile

il discorso del commissario straordinario pronunciate, idealmente, davanti al Monumento al Partigiano di viale Dante

Per le celebrazioni degli eventi della storia spesso vengono dimenticate, ove non concorrono con l’accadimento celebrato, le ragioni della scelta delle date. Per questo, oltre che per la terzietà del calendario, vado a ricordare il perché del 25 aprile.

E lo faccio idealmente davanti al Monumento al Partigiano, che ci ricorda il ruolo fondamentale della Resistenza per la liberazione di Imola, come testimonia la Medaglia d'Oro al Valor Militare per attività partigiana della quale la città è stata insignita nel 1984, con decreto dell’allora Presidente della Repubblica, Sandro Pertini.

Come memoria della II guerra mondiale, in Italia, fin dal 1946, le celebrazioni del 25 aprile rappresentano la privilegiata narrazione tanto dei linguaggi patriottici quanto dell'antifascismo repubblicano. Quando il presidente De Gasperi e il Governo, espressione delle forze democratiche post belliche, in vista del primo anniversario della Liberazione, dichiararono il 25 aprile giorno di festa nazionale, vi fu un generale consenso. La scelta di quella data fu il risultato di valutazioni ed obiettivi tendenti a far sì che, così come negli altri paesi si festeggiava la vittoria sulla Germania e sui fascismi indigeni, venisse «dedicata  una  giornata  alla solenne commemorazione dei sacrifici e degli eroismi sostenuti dal popolo italiano durante la lotta contro il nazifascismo».

La data del 25 aprile era densa di significati politici e simbolici. Intanto, la scelta avveniva sulla scorta di criteri diversi da quelli prevalsi negli altri paesi europei, laddove fu nell'anniversario della resa tedesca - l'8 maggio - e comunque della fine della guerra che datarono i rituali commemorativi. In Italia invece, l'idea di una festa della nazione democratica veniva rapportata non all'anniversario della cessazione della guerra - il 2 maggio - ma al ricordo della insurrezione generale proclamata dal Comitato di Liberazione dell'Alta Italia per la liberazione delle principali città settentrionali. Nel riconoscere quell'evento come anniversario da porre al centro della «politica della festa» della nuova Italia, le forze antifasciste ne legittimavano la rilevanza storica e lo trasformavano in ideale grazie a cui poter ridefinire i contenuti della memoria pubblica. La datazione - si aggiungeva allora - «risponderebbe non solo a criteri di giustizia, ma anche a criteri di opportunità specialmente nei confronti degli alleati ai quali verrebbe ricordato, specie in questo particolare momento in cui si sta stendendo il trattato di pace con l'Italia, il contributo degli Italiani alla guerra condotta dalle Nazioni Unite». L'evento nel nostro Paese aveva avuto, del resto, caratteri singolari nella Resistenza europea. Mentre in Italia l'insurrezione generale aveva permesso di liberare nelle province settentrionali importanti città (come Genova, Milano, Bologna, Torino) prima che arrivassero gli angloamericani, permettendo ai Partigiani di mostrarsi nella massima rappresentazione della loro missione liberatrice, in Francia, invece, nonostante la presenza di una Resistenza altrettanto organizzata e attiva ancor prima della disgregazione dell'esercito nazista, nei mesi dell'insurrezione, compresi tra il giugno del 1944 e il febbraio del 1945, fu quasi irrilevante il fenomeno di città liberate per l'iniziativa di forze partigiane. Resta da dire che , per come si erano formate le alleanze politiche e militari nel corso della II guerra mondiale, all'indomani del conflitto in Europa l'antifascismo fu uno dei principali fattori costitutivi del discorso politico. Pur nella diversità in ogni realtà nazionale, la narrazione antifascista rappresentò un collante della memoria pubblica e delle identità nazionali. Purtroppo, poi, la politicizzazione dei riti pubblici e il loro uso nella polemica tra i partiti oscurò presto il richiamo all'orizzonte antifascista europeo; infatti, già nel 1947 nell'anniversario dell'8 maggio non si ebbero se non tracce episodiche. Rispetto ad un evento attorno al quale ancora oggi persistono memorie divise e inconciliate, si è osservato con rigore storico non fazioso che per una gran parte degli italiani la Resistenza rimane un episodio geneticamente positivo che è entrato nel rituale e nel lessico ufficiale della Repubblica, ma non è diventato solida memoria collettiva dei suoi cittadini.

E’ su questo piano, forse, che occorre portare la riflessione storico-culturale a proposito della ricorrenza del 25 aprile, interrogandosi sul perché, a distanza di 3/4 di secolo, ancora persistano nelle celebrazioni piccoli e grandi contrasti interpretativi ed il loro peso a danno di un evento che, a pieno titolo, dovrebbe considerarsi come collante etico-morale dell'identità nazionale.

A questo proposito tornano d’attualità le parole pronunciate dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel suo intervento in occasione del 25 aprile 2019, riguardo al perché festeggiare il 25 aprile: “E’ il dovere, morale e civile, della memoria. Memoria degli eventi decisivi della nostra storia recente, che compongono l’identità della nostra Nazione da cui non si può prescindere per il futuro”.

Tanto più oggi che, a 75 anni dalla Liberazione, molti dei protagonisti di quella lotta non ci sono più, il nostro compito è far sì che il ricordo di tutti quegli uomini e quelle donne che hanno lottato, anche sacrificando la propria vita, per garantire la nostra libertà di oggi non vada perduto, ma venga preservato e trasmesso alle nuove generazioni. Per ricordarci, nella vita di ogni giorno, il senso più alto di quei valori di libertà, democrazia, pace, giustizia sociale, uguaglianza tra le persone che hanno animato la lotta di Liberazione per poi confluire ed essere alla base della nostra Costituzione.

Buon 25 Aprile! Viva l’Italia.

 

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ultima modifica 05/05/2020 12:51 — pubblicato 25/04/2020 16:05